Storia del Faito 2. L’età dei pionieri: Fortunato, Campanile, Savastano.

Con Cavolini, Gussone e Cesati si è già immersi nell’esplorazione geografica in cui la conoscenza si acquista attraverso l’atto del camminare, il recupero dei reperti, lo studio delle forme di vita micro e macroscopiche, l’amore per la classificazione. La passeggiata escursionistica e l’alpinismo sono – in questo caso e per restare in tema – una vera e propria sottospecie della forma scientifica del camminare per montagne, della peregrinazione. Certo le origini dell’escursionismo sportivo, dell’alpinismo, non possono essere disgiunte dall’altro filone – quello romantico – improntato sulla descrizione accurata del sentimento alpino e dal senso compiuto e quasi spirituale dell’ascensione.

Questi due filoni dell’alpinismo italiano hanno avuto diversi epigoni meridionali, sin dall’inizio nati con un bisogno sempre espresso di collegare idealmente una neonata Italia attraverso le sue cime alpine e appenniniche. E se l’Appennino Meridionale – e i monti Lattari in particolare – non potevano sfidare le estreme vette nordiche, il mare al di sotto delle montagne poteva essere la peculiarità da sfruttare per proporsi a livello nazionale. Così, appassionati appaiono i primi scritti di ascensione alle cime di S. Angelo ai Tre Pizzi – sulla cui altezza (m. 1440, 1443, 1444, 1450) si era sempre in disaccordo – una sorta di contributo montano ad una realtà letteraria forte, come quella che apparteneva alla descrizione di “Napoli e dei suoi contorni”. E i monti sopra Castellammare di Stabia furono oggetto, nel primi giorni del 1871, della prima escursione ufficiale della neonata sezione napoletana del Club Alpino Italiano.

Non c’è mai, però, in questi primi scritti ottocenteschi, una forma di sudditanza verso i fratelli alpini o verso l’immagine stereotipata delle bellezze marine e cittadine della regione. Da tutti i pionieri del Faito e dei Lattari, la montagna è vissuta come un’esperienza personale di conoscenza da offrire alle popolazioni delle città.

Come diceva il Cavolini, si trattava di un andare per montagne per poi tornare in patria “ricchi di fatti belli”.

Ma c’è di più. Il sentimentalismo che talora appare da questi scritti è sempre controbilanciato dall’analisi oggettiva della natura e dallo studio del percorso, con le sue possibilità di miglioramento, di scoperta di altre vie, di sentieri da aprire, di alternative. La montagna diventa viva, una sede di scoperta illimitata sia per le proprie capacità fisiche e intellettuali, sia per lo studio della natura. Appaiono già lontane le parole di Nicola Amore che, dovendosi portare da Amalfi, attraverso Agerola, a Positano per quello che oggi è il celeberrimo Sentiero degli Dei, nel 1858 lo definiva “spaventevole veduta innanzi agli occhi”, sentiero orrido, zeppo di insidie “dove ad ogni passo si stringeva il cuore dallo spavento”, e dove, per proseguire, bisognava spingersi “quasi carponi sul suolo”.

Quindi lo studio e la riflessione personale, la descrizione di uno slargo panoramico e l’argomentazione scientifica per la flora o la fauna, facevano parte di un unico discorso, quello del racconto di montagna, della descrizione dell’escursione montana, del guadagnare le cime e guardare le cose dall’alto.

Abbiamo voluto aprire questa antologia di scritti sul Monte Faito e la catena dei Monti Lattari con il noto testo di Giustino Fortunato che esordisce descrivendo la “sagoma di ombreggiata e bellissima catena che di dietro alla falda del Vesuvio si protende fin quasi all’isola di Capri” e lo spettatore che, da Posillipo, mira “l’alpestre carattere” che contrasta con “l’allegro anfiteatro della città”.

Partendo da siti e immagini familiari per un napoletano, Fortunato vi inserisce quella catena montuosa col suo tricuspide di monte Sant’Angelo, e riesce in brevi e densi tratti a descriverne la natura, la posizione e le caratteristiche fisiche. Ci è sembrato giusto, quindi, iniziare da questo breve scritto perché con lui si inaugura una lunga stagione di impegno escursionistico e alpinistico verso i Monti Lattari e l’altopiano del Faito.

Il testo di Giustino Fortunato -infatti- vide luce per la prima volta nel 1878, sette anni dopo la fondazione del Club Alpino Italiano- sezione di Napoli – in un clima di grande entusiasmo per la rivalutazione degli ambienti naturali dell’Appennino meridionale. Si trattava di una vera e propria scoperta, uno sguardo nuovo e diverso, significativamente legato al processo di unificazione del neonato stato italiano. La prosa ricca e fantasiosa del breve scritto era infarcita di toponimi allora sconosciuti ai più e che l’intellettuale meridionale utilizzava con disinvoltura, nominando di volta in volta e descrivendo a un popolo di mare i luoghi di montagna offerti dalla regione. Così egli parte proprio dai templi sacri di Napoli (Posillipo e Santa Lucia) per accompagnarci tra il Cono di San Liberatore e la Guglia del Falerzo, per raggiungere il Cerreto e poi il Cervellano, e infine il “giogo maggiore” di Sant’Angelo ai tre Pizzi. Quelle montagne venivano per la prima volta nominate sistematicamente, con l’occhio del geografo, in tutti i loro anfratti e luoghi più oscuri, il sito si arricchiva di altopiani, camini, dirupi, vette, piani, cenge e valloni. Ambienti sconosciuti e talvolta impenetrabili, e che però si movimentavano con l’insieme di ventotto comuni per centottantamila abitanti; montagna popolatissima e impervia, caratterizzata dalla superba commistione della “maestà dei monti” e della “bellezza di marine” disseminate alle sue falde. Montagne dove da ogni anfratto boschivo è permesso ammirare l’azzurro del mare, dove ogni sentiero che portava a valle percorreva un sistema di natura e una ricca e lunga memoria storica.

Lo scritto di Giustino Fortunato accomunava quindi la descrizione naturalistica e quella dell’esperto alpinista, del viaggiatore di montagne, del sapiente campeggiatore. Il suo passeggiare per le vette dei Monti Lattari aveva ancora qualcosa dell’avventura romantica, ma questa sempre si accompagnava all’esperienza naturalistica, al riscontro tecnico, al bisogno di descrivere il proprio tragitto, di nominare i luoghi, di ripercorrere mentalmente l’esperienza montanara. E al Faito tutto è governato dalla visione dall’alto, con il contrasto tra il fitto dei boschi di faggio e lo slargo potente sul mare. Così all’ascensione al Cerreto e poi verso la vetta più alta di S. Angelo ai tre Pizzi, segue la lenta discesa verso i Colli delle Fontanelle e la Punta della Campanella “un dì sacra a Minerva” dove il lungo tragitto aveva termine.

Col breve testo di Giustino Fortunato siamo nel cuore di quel sentimento romantico della natura che nel corso del Novecento andrà decisamente perso. Esso però non è la sola caratteristica peculiare. Lo scritto dell’intellettuale meridionale era diviso in due parti. La prima forniva alcuni cenni orografici della regione montana, mentre la seconda descriveva una vera e propria peregrinazione ai Lattari da Cava de’ Tirreni a Punta della Campanella.

A ben vedere c’è già tutta espressa la volontà letteraria di descrizione del percorso, anche se appena abbozzata, che permette all’autore di non cadere in una sorta di misticismo montanaro, ma di zavorrarsi con il susseguirsi della realtà della natura, delle ampie visioni panoramiche, delle annotazioni scientifiche. Una sorta di sguardo razionale ma non chiuso al mero scientismo, una sintesi sempre equilibrata tra lo sguardo, il conoscere e il fare.

Con la peregrinazione di Giustino Fortunato nasce il sentiero dell’Alta via dei Monti Lattari, del quale l’intellettuale meridionale può, a ragione, essere considerato l’inventore, e il suo primo escursionista sistematico.

A qualche anno da quella prima esperienza, al tempo stesso geografica, naturalistica e letteraria, nel 1892 veniva pubblicato, per i tipi di Loescher di Roma, uno scritto di un napoletano d’adozione, Vincenzo Campanile (era nato a Barletta nel 1846), socio della sezione romana del CAI e fondatore, sempre nel 1892, della Società Alpinistica Meridionale. Ad una visione della montagna strettamente collegata con l’inalienabile bisogno di puro escursionismo, della passeggiata per sentieri, si contrapponeva in quegli anni una corrente di pensiero che privilegiava l’aspetto scientifico, di mera raccolta e catalogazione naturalistica, a scapito del camminare o della vera e propria arrampicata. Con il suo scritto dal titolo La catena dei Lattari, egli cercava di recuperare e riproporre il senso più alto dell’escursionismo, non relegando in secondo piano la passione romantica dell’ascesa.

Non si perdono del tutto, nella prosa, l’eleganza e la potente retorica che caratterizzavano le pagine di Giustino Fortunato. Letterariamente il testo segna un certo abbassamento del tono, un affievolimento del linguaggio, anche se esso è tornito di espressioni vibranti e di forti metafore letterarie. La descrizione dei siti si fa più puntuale, come puntuale si fa l’attenzione alle possibilità di intervento sulle realtà naturali, di consiglio agli amministratori locali, di sprone per la tutela dei sentieri. Il testo offre riferimenti più dettagliati, e diventa una vera e propria guida alla escursione sui monti Lattari. L’ultima parte dello scritto, interamente dedicata alla descrizione di una ascesa notturna alla cima di S. Angelo ai tre Pizzi, partendo dal versante di Agerola, si colora di una dimensione avventurosa completamente assente nel testo del Fortunato.

Ma cosa significava, per quella generazione, la peregrinazione montana fine a se stessa, una volta che l’andar per monti si era decisamente differenziato e emancipato dall’analisi scientifica, tecnica, botanica? Difficile dare una risposta. È certamente vero, però, che il nuovo corso seguiva le direttive proposte da Quintino Sella, in un suo famoso discorso tenuto a Napoli agli inizi del 1880. Lo statista torinese consigliava di rendere l’escursionismo più ardito, di non rinunciare alle ascese invernali, di affrontare le vette ghiacciate e innevate.

E c’è, infatti, nel Campanile, una dimensione e un aspetto dell’escursionismo che manca completamente in Fortunato: il fascino del pericolo, il piacere di superare passaggi particolarmente difficili, il senso della soluzione ardita. Insomma, in una parola, l’alpinismo.

Nel Campanile, inoltre, si fa più evidente la consapevolezza che la conoscenza della natura di quei siti montani deve essere accompagnata da una cultura della montagna, che essi hanno possibilità di miglioramenti come di regressioni. Si giunge quindi alla coscienza che l’intervento umano in quei luoghi può riflettersi negativamente o positivamente sulla natura. Non che manchino anche in questo caso slanci romantici e bisogno di esaltazione e quasi di orgogliosa rivincita delle bellezze che si incontrano: “quella mole immensa” – scrive il Campanile – “che, quasi al centro sorge dal mare a dominare tutte le vette minori lanciando nel fondo azzurro dell’aria tre superbe cime rocciose (S. Angelo a Tre Pizzi), supera di gran lunga la maestà del Vesuvio”. Ma l’accento è meno accorato, sempre attento nel raccogliere e offrire preziose indicazioni per eventuali alternative nei percorsi, il miglioramento dei sentieri, la possibilità di costruzione di un rifugio. Fortunato è più geografo, Campanile più escursionista. Il ventenne pellegrinaggio pedestre servirà al primo per fondare sul concreto, a partire dalla “osservazione oculare”, la sua profonda esperienza di meridionalista, l’attività escursionistica del secondo seguiva più organicamente quel sentimento antiregionale e antiautonomista che vedeva nel CAI l’associazione capace di formare le nuove generazioni ad un programma culturale unitario. E se il primo non mise mai piede in ambiente alpino – tranne in qualche sporadica occasione – il secondo è un esperto di quei siti, e propaga lo spirito e il senso dell’escursionismo alpino sui Lattari.

Campanile ci ha lasciato infatti la descrizione di un’ascensione al Faito risalente al 1897 nella quale appaiono in tutta evidenza l’ardore sentimentale dell’ascensione, il piacere della descrizione, il carico di sofferenza che l’andare per monti fatalmente comporta.

In dodici ore l’escursionista “napoletano” era riuscito a salire dal Quisisana sino alla vetta del Molare, per poi rientrare a Castellammare via Pimonte (rinunciando al pericoloso passo Molare – Canino ex Punta Campanile). Se è pur vero che questo tipo di esperienze non possono offrire l’ampiezza e la difficoltà di un’ascensione alpina, si può notare assai chiaramente il fervore di questi primi “scopritori” del Faito, la loro caparbietà nel dosare forze e tempi di salita, la chiarezza e l’incisività delle poche parole di descrizione del panorama, il pieno appagamento del camminare. C’era poi, a suggellare la distanza con il precedente intervento di Giustino Fortunato, l’integrazione nel testo di due fotografie che ritraevano la catena nel suo insieme e la vetta della Conocchia, e una stampa con il profilo della catena vista dal Monte Pendolo e descritta in ogni singola cima secondo un modello assai in voga in quegli anni. Stampe di quel tipo ebbero larga diffusione e apparvero con regolarità nelle pubblicazioni del settore.

Ai due indiscussi pionieri dell’escursionismo sui monti Lattari, Giustino Fortunato e Vincenzo Campanile, abbiamo voluto affiancare un altro contributo del periodo che rende il panorama di questi primi scritti di alpinismo campano assai più variegato. Il testo di Luigi Savastano è una vera e propria lezione tenuta nella pineta Gussone al Faito ad un gruppo di escursionisti ospitati nella proprietà del conte Girolamo Giusso. Il saggio Alpinisti e rimboschimenti si inserisce, per una certa nettezza di assunti, il rigore dell’esposizione e l’infinita ammirazione per l'”eroe” Giovanni Gussone, nel filone dei pamphlets di accusa politica in questo caso rivolto alla gestione del patrimonio boschivo campano (“Il Governo si affrettò a vendere li boschi demaniali. I municipi malversano le proprietà boscose”!).  Nel ricordare la personalità del grande botanico meridionale, il Savastano non rinuncia a promuovere l’opera di rimboschimento del Faito che aveva completamente cambiato il volto della montagna negli ultimi decenni. “Faito 20 anni or sono, noi tutti lo ricordiamo, era un rovereto il quale andava soffocando tutte le buone erbe di questo pascolo montanino: oggi i rovi e altre piantacce sono in gran parte distrutti, e con i buoni pascoli ritorna l’antica fama dei monti Lattarii, come i latini li dissero”. Massima attenzione, dunque, agli amministratori municipali, i veri “malversatori dei boschi”. L’alpinista deve essere per loro una sorta di controllore dell’attività e delle delibere che concernono la montagna e al tempo stesso uno stimolo, un pungolo costante, perché costoro, “fra le tante spese inutili, ne potrebbero fare qualcuna utile”, acquistare piantine e seminarle sui monti. Non è il caso, in questa sede, di sottolineare la modernità di questo scritto. Il rapporto tra natura e cultura non appare al Savastano come una logica, assoluta e inevitabile calamità, ma la salvaguardia dei boschi non si configura neppure come un idillio arcadico: esso è intenzione fattiva di intervento, e cioè rimboschimento, cura, manutenzione. Non che manchi in lui una sensibilità verso la natura che tendeva ad una certa mitizzazione. Ma forte e presente è la consapevolezza che l’intervento umano debba dirigere e modellare le caratteristiche originarie del sito.

 

 

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