Storia del Faito 3. Faito: l’utopia alpina del conte Girolamo Giusso

La ricca stagione ottocentesca dell’escursionismo sui Monti Lattari si apriva con la montagna del Faito in procinto di essere per la prima volta collegata, attraverso una strada carrozzabile, a Castellammare di Stabia. A partire dal tracciato di una vecchia mulattiera era stato proprio uno dei fondatori della sezione napoletana del Club Alpino Italiano, il conte Girolamo Giusso, a progettare e realizzare a sue spese la strada che dal Quisisana di Castellammare portava su in cima, dopo un tragitto ricco di tornanti e di straordinarie panoramiche sul golfo di Napoli. Essa giungeva all’ampio piazzale detto Posta del Capo (Piazzale dei Capi) per biforcarsi, toccando il tratto alto Porta Faito, e il basso che poggiava sul versante di Vico Equense, dopo un’altra biforcazione, portava allo chalet sito su di un’altura del luogo detto Campo Moiano.

Con la costruzione della strada, la montagna veniva a perdere il fascino oscuro di sede alpestre, rifugio di briganti, che si nascondevano nelle grotte o nelle macchie boschive, e meta religiosa per i pellegrini diretti alla chiesetta di San Michele edificata sull’omonimo pizzo; essa, per contro, si legava più strettamente a Castellammare di Stabia e Napoli, e, proprio attraverso lo scritto di Giustino Fortunato, si imparentava idealmente con l’effervescenza letteraria con la quale si descrivevano i giganti alpini dell’Italia del nord.

La tenuta del Faito era stata acquistata dal conte, a più riprese, a partire dal 1874. Il primo consistente appezzamento di terreno che passò nelle sue mani fu la vera e propria montagna del Faito, tra i 900 e i 1200 metri, caratterizzata dalla presenza di un’estesa faggeta nella parte superiore, mentre più in basso vi cresceva l’ontano napoletano. La tenuta nel periodo di maggiore estensione raggiunse i 1000 ettari, che si ridussero poi a circa 660, negli anni venti del Novecento. Girolamo Giusso fu presidente del Club Alpino Italiano – sezione di Napoli – tra il 1882 e il 1897 e tra il 1899 e il 1907. In questi anni la sua tenuta di Faito visse certamente il suo periodo di maggiore splendore.

«L’opera di trasformazione silvana del conte Giusso – scriveva Fridiano Cavara nel 1914 – si è ispirata a criteri essenzialmente economici, oltre quelli di sperimentare nuove essenze, e di tentare qualunque possibile utilizzazione della montagna. Anzitutto ha volto il suo pensiero alla coltura del ceduo dì castagno, sia modificandone il turno dei tagli, sia facendo nuovi impianti di castagneti in quella parte più elevata che era prima a faggio o ad ontano napoletano, punto preoccupato della riuscita in vista dell’altitudine e natura litologica del terreno (calcare) che forma l’ossatura della montagna, in quantochè nelle buone esposizioni il castagno puòprosperare assai bene oltre gli 800 m., e d’altra parte il terreno a Castellamare, come in altri gruppi montuosi delle vicinanze di Napoli, si offre sempre ricco di sabbie e di lapillo vulcanico che lo modificano sostanzialmente nella sua struttura e lo rendono più che mai adatto alla cultura del castagno».

Ma, al di là dei pur evidenti risvolti economici, quello che veniva evidenziato nel saggio del Cavara era il carattere decorativo che le conifere davano al sito. A questo aspetto “il conte Giusso ha volto fin da principio dell’opera sua il pensiero, per impartire alla sua tenuta quel carattere alpestre che solo le piante resinose sanno imprimere, accoppiando così all’utile il senso della bellezza del paesaggio”. L’idea di fondo, l’utopia del conte Giusso, fu quella di “rendere Faito una valle alpina, accrescendone l’illusione coll’artistico chalet di stile svizzero”.

Lo chalet venne costruito nel 1879 su progetto dell’ingegnere Luigi Ricci, e costò circa 100.000 lire. Esso fu uno dei primi esempi di quell’architettura eclettica che iniziava ad avere un certo seguito a Napoli e nelle più rinomate stazioni balneari della Penisola Sorrentina. Si trattava di una vera e propria inserzione alpina piantata su una cima che dominava le vallate che guardavano Vico Equense. Una costruzione con travi in legno a vista poste trasversalmente alle pareti esterne, l’ampio balcone centrale sempre in legno, come il tetto nel quale venivano inglobate le finestre delle mansarde. Ritroviamo questo tipo di costruzione, ovviamente poco frequente a Napoli, tra i disegni dell’architetto Lamont Young, in un suo progetto di ristrutturazione e riorganizzazione complessiva dell’area dei Campi Flegrei, a nord di Napoli. Ivi, nella collinetta di S. Teresa, il geniale architetto aveva appunto concepito chalets in stile alpino dove si sarebbero venduti i prodotti di aziende agricole sorte in zone boschive create per rimboschimento, ricche di cervi, daini e capre esotiche.

E si veda inoltre, dello stesso Lamont Young, il progetto per il ristorante su lago, sempre ai Campi Flegrei. La rassomiglianza con lo chalet Giusso è davvero notevole. Se queste idee rimasero a uno stadio di progetto, si possono citare però costruzioni eclettiche che, nella seconda metà dell’Ottocento, si rifecero alla moda della costruzione alpina. L’esempio più noto è certamente lo chalet al Parco Grifeo a Napoli, ricavato da Young dalla vecchia casa del guardiano della tenuta di Villa Lucia. A rendere più alpestre la costruzione erano in questo caso le pareti rocciose sulle quali essa poggia e che furono modellate dallo stesso Young. Identico effetto alpestre fu ottenuto nello chalet costruito sempre a Napoli, al Corso Vittorio Emanuele, nei pressi di Piazza Mazzini, dove “l’anonimo progettista [ha] percepito gli orridi e le spigolosità della collina e delle cave di tufo come un paesaggio alpino, o meglio dolomitico”. Altri esempi possono essere ricosciuti a Capo di Sorrento (villa Perrone), e nella foresteria del Parco dei Principi a Sorrento, entrambi risalenti alla seconda metà del XIX secolo.

Insomma lo chalet Giusso rientrava in una vera e propria moda architettonica probabilmente influenzata delle esposizioni universali di Parigi degli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento. L’evidente innovazione del Giusso è da riscontrare nel fatto che, se si può usare l’espressione, il conte nel suo eclettismo e nella sua utopia alpina per così dire ci cascò dentro. Vogliamo dire che quello del Faito fu un tentativo, ampiamente riuscito per un lasso temporale (circa mezzo secolo) non proprio breve, di creare non soltanto l’architettura ma anche l’ambiente boschivo secondo i canoni che governavano le ricche aziende agricole e le stazioni climatiche svizzere, austriache e del nord d’Italia.

Il fatto è che, al di là di una moda architettonica e del vezzo quasi civettuolo del gran signore, chalet e tenuta avevano motivazioni decisamente più profonde del puro eclettismo, e che oltrepassavano anche le singole componenti. Agricoltura, rimboschimento e pastorizia da un lato, sfruttamento commerciale della montagna attraverso il legname, la frutticoltura, e la neve dall’altro, erano strettamente collegati al grandioso progetto della stazione climatica. Il Faito diventava inoltre un solido punto di riferimento per gli alpinisti, il coronamento della peregrinazione sui Lattari, un percorso di montagna che era vissuto ormai come un classico dell’escursionismo in Italia meridionale.

L’idea della stazione climatica nasceva inoltre in un clima caratterizzato da un profondo senso di disagio che seguiva, in Napoli, all’ennesima ondata epidemica, con le difficili decisioni da prendere sul risanamento della città. È in questo contesto che il Faito acquista anche un valore simbolico di notevole portata, e viene presentato quindi come il toccasana per una vasta gamma di malattie. Rispetto all’aria insalubre della città, la montagna si erge come un’alternativa salutista a portata di mano.

«La malattia dei tempi nostri – scriveva Giovanni Rizzi nel descrivere la giornata che i partecipanti al 32° congresso del CAI dedicarono al Faito – è la febbre inconsulta di Pervenire che logora la fibra nervosa… La tregua avverrà soltanto se muteremo abitudini, se cercheremo riposo nell’almanatura, come gli uomini delle prime età. Faito, stazione climatica, forse potrebbe risanare fisicamente e moralmente Napoli: non è un’esagerazione, giacché oramai è noto che i fatti morali hanno il loro sostrato nella costituzione fisica dell’individuo, e nell’ambiente in cui è obbligato a vivere». 

 Aria balsamica, stazione climatica, creazione di un ambiente alpino: sono queste immagini, concetti, idee che accomunano gli scritti sui Lattari che avevano come punto di riferimento la tenuta Giusso sul monte Faito. Sia nel già citato saggio di Fridiano Cavara sia nella relazione sul 32° congresso del CAI, che si tenne a Napoli nel 1902, questi elementi si aggiungono alla descrizione dell’ascensione o all’analisi dei risvolti economici concernenti lo sfruttamento della montagna.  E ancor più evidente questo aspetto “ricreativo” della vita di montagna appare se volgiamo lo sguardo a due brevi scritti risalenti rispettivamente al 1888 e al 1909. Il primo è una vera e propria pièce teatrale – dal titolo Nel Bosco – che fu eseguita il 20 settembre del 1888 nella pineta di fronte a villa Giusso al Faito. Interpreti della scenetta furono la signorina Bianca Giusso dei Duchi del Galdo e il marchese Giuseppe Marini Glarelli. Una contadina incontra, nel bosco del Faito, un cacciatore che aveva perso la strada. La giovinetta gli racconta che si trovava in quel paesaggio alpestre per recuperare la salute, che l’aria di montagna era stata per lei un toccasana e illustra le qualità del sito, indica al cacciatore lo chalet dove l’uomo potrà ritemprarsi. Infine, insieme, inneggiano al conte Giusso “il benefico, il preclaro, l’uomo illustre, l’uomo raro, che da tutti si fa amar”. Aulico fino a raggiungere talvolta toni ermetici è invece il racconto di ascensione al Faito di Leontina Giordano, risalente appunto al 1909, probabilmente rimasto sino ad oggi inedito: Faito! Ricordo del 23 maggio odoroso. Un gruppo di villeggianti, di touristes, come l’autrice stessa li chiama (e non più alpinisti come fieramente gli autori degli scritti di fine Ottocento ancora si facevano chiamare), ascende al Faito non senza difficoltà. La fatica viene mitigata in parte dallo spettacolo della natura, mentre l’autrice si sofferma a descrivere ironicamente i maschi virili che ringhiano come cani, sudati e affannati.  Al contrario sono proprio le giovani donne a fornire lo spettacolo più edificante. Sull’altopiano, poi, il gruppo scopre un luogo di tale bellezza da far dimenticare immediatamente la vita cittadina e rendere quindi il rientro oltremodo penoso.

Il bosco non è una selva di rovi, ma un’incantevole vallata adeguatamente abbellita con pini e altre conifere, in mezzo alle quali si erge ridente lo chalet in stile alpino. Lo scritto termina con una breve celebrazione del proprietario della tenuta, il conte Girolamo Giusso. In entrambi i casi è più che evidente che non ci troviamo certo di fronte a vera e propria letteratura. Si tratta di scritti di occasione, composti da dilettanti, ma che fanno un po’ di luce su quella che può essere considerata la vita familiare, di pura evasione, dei Giusso nella loro abitazione di Faito. Si condensano poi i temi e gli aspetti con i quali viene presentata la montagna: quelli propriamente botanici, di investimento e di sfruttamento del sito; quelli legati all’escursionismo e al Club Alpino Italiano; e, per finire, l’aspetto propriamente ricreativo che servì da prototipo per definire e divulgare l’idea della vacanza alpina e il progetto di una stazione climatica da impiantare sui Lattari.

 Sembrerebbe una storia tutta napoletana la misera vicenda che, a partire dalla morte del suo proprietario (che – tra l’altro – espresse il desiderio di farsi seppellire proprio al Faito al pizzo della Bannera), il 25 dicembre del 1921, coinvolse il Faito. A farne le spese fu infatti – quasi immediatamente- la più famosa e antica pineta dell’altopiano, la celebre Pineta Gussone, piantata alla fine degli anni ’30 dell’Ottocento da Giovanni Gussone, completamente distrutta assieme a vaste zone della faggeta e a alcune querce secolari. Quella pineta aveva incantato il botanico Luigi Savastano che, nel 1898, scriveva:

«L’impressione che si prova entrando in questa pineta è una delle più nuove e splendide che possa aspettare un alpinista meridionale. Si prova quel sentimento del grandioso che dà un’abetina, la quale m’ha sempre ricordato la cattedrale gotica. La gran luce, ed il mare che s’intravede di tratto in tratto giù a 1000 metri nel golfo dagli spiragli delle fitte ramature, moderano quella impressione melanconica che mi hanno dato le altre abetine, specialmente la bellissima di Vallombrosa. Per questo pregio estetico, quantunque pini ed abeti siano già maturi al taglio, il conte Giusso ha deciso di rispettarla. E questa pineta costituisce il pregio più estetico del Faito»

Seguì poi l’incendio, certamente doloso, del simbolo stesso della tenuta, lo splendido chalet, prima depredato e poi distrutto il 19 febbraio del 1927. E sempre il fraterno amico del conte, Luigi Savastano, l’ispiratore di molte delle scelte fatte da Giusso sul Faito, nella dedica che gli fece di un suo volume del 1893 sul rimboschimento ricordava quando:

«ammiravamo nella passata primavera dal vostro chalet di Faito, che a mille metri guarda il golfo di Napoli, uno dei soliti e grandiosi tramonti. A misura che il sole si nascondeva nel mare, nuvole fitte salivano dalle marine della penisola sorrentina, avanzandosi come marea; scomparivano le coste, i villaggi, le colline, e poi i monti più alti, e poco dopo ci trovammo circondati da un campo pianeggiante a grosse zolle di nuvole cinerognole argentine. Discorrevamo di rimboschimenti, il vostro tema prediletto, e, permettetemi, un poco anche il mio. La forza calma e superiore che gli alti monti infondono nell’animo, ci incorava a perseverare nel combattere per questa causa l’apatia egoista generale»

Sembrerebbe una storia tutta napoletana – si diceva- la repentina fine di questa esperienza, e la violenza con la quale, in pochi mesi, vennero cancellati i segni tangibili di una vera e propria utopia alpina. La denominazione Villa Giusso è rimasta però immutata nelle carte dell’IGM, così come restano ancora ben visibili gli imbarazzanti ruderi dell’edificio.  Ma non basta il nome “Giusso” col quale è oggi chiamato il piccolo vialetto antistante la collina. Non una targa ricorda la figura dell'”inventore” del Faito.  Eppure tutto ciò che oggi ancora si può ammirare sull’altopiano (al di là di modificazioni, aggiunte, invasioni, distruzioni e abbandoni) dal sistema viario alle fitte pinete e ai boschi di conifere, dagli estesissimi castagneti alla panoramica che collega il Faito a Castellammare di Stabia furono opera sua, la sua utopia appunto.

 

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