Storia del Faito 4. Escursionismo e alpinismo sui Monti Lattari nella prima metà del Novecento

Tra la fine del XIX secolo e i primi anni del Novecento si intensificano – soprattutto grazie all’opera del Club Alpino Italiano e della Società Alpinistica Meridionale – le escursioni al Monte Faito. Le strade che erano scelte per le ascensioni, che avevano quasi sempre il Monte Sant’Angelo come obbiettivo finale, erano sostanzialmente cinque: da Pimonte, da Castellammare di Stabia – villa Quisisana, da Amalfi – Agerola, da Positano – S. M. del Castello, e da Vico Equense-Moiano.

Si partiva sempre all’alba per raggiungere, in treno, Gragnano o Castellammare. Da queste località, in carrozza prima, e in vettura poi, si raggiungeva Pimonte, il Quisisana nella selva proprio a ridosso di Castellammare, o Vico Equense. Le strade alternative, quelle che partivano da Amalfi o da Positano, pur essendo più raramente utilizzate, non erano certo abbandonate. Qualche cultore di memorie locali si era già cimentato nella descrizione di quelle montagne a partire dal versante della costa amalfitana, e inoltre il sentiero era stato valorizzato proprio dallo scritto di Vincenzo Campanile, con la sua mitica ascesa al Monte Sant’Angelo, in notturna dal versante di Agerola.

Gli scritti che, a partire dalla fine dell’Ottocento, iniziano ad essere pubblicati, seguono certamente per diversi rispetti le orme tracciate da Giustino Fortunato e da Vincenzo Campanile. Ma per altri se ne distaccano nettamente e si impongono per una schiettezza maggiore, un diffuso senso dell’aneddoto – ora comico, ora drammatico – con il quale colorare il racconto dell’ascensione. Se la memoria di Ercole Cannavale – Sui Lattari. Il Monte S. Angelo dai tre Pizzi – si inserisce pienamente nel filone più classico del racconto di ascensione, ricco come è di particolari riguardanti l’attrezzatura alpinistica e da campeggio e le difficoltà da superare durante la scalata, egli è anche attento a miscelare le descrizioni tecniche con i risvolti anche comici che l’andare per montagne in compagnia talvolta comportava. La letteratura di montagna si fa più robusta, e ci si permette addirittura di beffeggiarla. Si veda, ad esempio, il divertente incipit del testo di Enrico Abbate:

«Ora che al Monte Bianco, al Monte Rosa, al Cervino si sale tranquillamente, con le mani in tasca, fumando una sigaretta, senza bisogno di guide, senza incontrare difficoltà di sorta, con la stessa placidezza con la quale si passeggia sul Corso, facendo gli occhi di triglia alle belle signore, affettando quell’aria stanca, annoiata, blasée, tanto di moda per rendersi interessanti, desterà forse compassione quel povero alpinista che vi viene innanzi con una escursione al Monte S. Angelo a Tre Pizzi, al Golfo di Salerno, al Vesuvio. Ma io contro questa compassione protesto con tutte le forze dell’animo mio; e rispondo preventivamente al sorriso sarcastico di chi vuol compassionarmi, dicendogli che fra me e lui, modestia a parte, preferisco me!»

Accanto ad un malcelato orgoglio per le montagne dell’Appennino Meridionale, la soluzione letteraria qui adottata è appunto quella del ricorso all’immagine ilare, al motto di spirito, alla battuta comica. E lo stesso dicasi del racconto di Riccardo Papale, infarcito com’è di situazioni paradossali che stemperano fortemente il senso quasi sacrale dell’ascensione, e offrono al lettore, sin dalle prime righe, situazioni spassose: la partenza da Napoli in carrozza, accompagnati dai guagliuni schiamazzanti e seguiti dallo sguardo amorevole delle nenne affacciate ai balconi; la cena in una stamberga di Pimonte dove si fa credere al più ingenuo della comitiva che i contadini che mangiano con loro sono in realtà dei briganti; gli scherzi durante l’ascensione.

Non andava affatto perso, però, l’elemento di fascino per l’impegno alpinistico, la ricerca di una soluzione per superare un passaggio particolarmente difficile, il godimento per il panorama come ultimo e meritato appagamento una volta raggiunta la cima. La lezione del Campanile non andava persa, anche se essa viene colorata con un elemento personale più marcato e vistoso.

E ciò è tanto più vero se si prende in considerazione un altro scritto di peregrinazione per i Lattari, quello di Eugenio Licausi. Con lui certamente si rientra nel racconto di ascensione vero e proprio, anche se in Su e giù pei Lattari la dimensione psicologica, il gusto per la narrazione di incontri umani, di imprevisti, sopravanza la descrizione dell’escursione. La peregrinazione del Licausi inizia a partire da un grave lutto familiare al quale il giovane reagisce con il bisogno di distacco dalla città e di esplorazione di quella regione ancora poco frequentata. Moiano, e non il Faito, sono il centro della narrazione. Un paese fatto di preti e di donne anziane, dove è difficile trovare da dormire, e dove regna sovrano il sudiciume delle  case, la modestia del cibo, l’incomprensione degli abitanti. Anche il Fortunato riportato aveva, nelle sue peregrinazioni, la medesima impressione di una popolazione meridionale sostanzialmente scostante e diffidente, che talvolta lo inorridiva per i suoi modi rozzi. La peregrinazione del Licausi, da Moiano a S. Maria del Castello, dal Cerreto al Faito, da Gragnano a Vietri, diventa un percorso spirituale così che, proprio a Vietri, termine del vagabondare per i Lattari, egli si sente “rinfrancato nello spirito, calmo nel dolore, fortificato nel corpo”, non mancando di aggiungere, un po’ retoricamente, di essere “soddisfatto come se avessi compiuto verso me stesso un dovere”.

Come si è accennato, il punto di arrivo delle escursioni ai Lattari restava la cima di S. Angelo ai tre Pizzi, dove le comitive o gli escursionisti solitari sostavano ad ammirare il panorama. Seguendo le orme del Campanile, un vero esercizio di stile era la descrizione delle altre vette che da quella montagna potevano essere ammirate. C’è addirittura chi confessa di non volersi cimentare in questa prova, dopo le parole del Fortunato e del Campanile, e chi, al contrario, rende la descrizione ancor più dettagliata, avvistando vette e anfratti nuovi, o aggiungendo siti attraverso la mera immaginazione.

Nel primo decennio del Novecento le escursioni al Faito e, più in generale, ai monti Lattari, si intensificano e hanno una battuta di arresto soltanto nel marzo del 1907, quando due giovani escursionisti napoletani, Arturo Kernot, di 30 anni, e Eugenio D’Ovidio, di 25, perdono la vita alla base del monte Molare. Durante una sosta, nei pressi della cengia che immette al ripido tratto finale della scalata, il Kernot scivola sulla neve gelata, e, nel tentativo di trattenerlo, precipita nell’abisso anche il D’Ovidio. Il monte viene disertato per più di due anni e soltanto nel dicembre del 1910 venne effettuata una nuova ascensione: «È stata una vera riabilitazione alpinistica del dolce picco» veniva scritto con enfasi nel bollettino CAI «che i napoletani da molto tempo, per la misera fine dei due noti giovani, consideravano ormai come il monte della sventura».

L’alpinismo meridionale vive, nei primi anni del Novecento un vero e proprio boom. Accanto agli ormai collaudati SAM (Società Alpinistica Meridionale, fondata da Vincenzo Campanile) e CAI (Club Alpino Italiano) che si fonderanno proprio all’inizio del secolo, nascono nel 1907 il Club Escursionisti Napoletani e nel 1916 l’Unione Appenninica Meridionale.

È a partire dagli anni Venti che un nuovo approccio alla montagna emerge con evidenza. Si tratta di vere e proprie escursioni alpinistiche e speleologiche, ma soprattutto scalate che hanno per oggetto le guglie del vallone Quisisana. A fronte di una documentazione fotografica consistente il solo scritto che riguarda questo tipo di ascensione, decisamente più sportivo e ardito, resta quello di Ambrogio Robecchi, il primo che, nel 1925, assieme a Capuis, Ferraro, Graeser, Baglioni, Simoni e Bracci, tentò la scalata alla più alta delle guglie del vallone Quisisana, poi ribattezzata, nel 1945, guglia Castellano. Nel 1927, mentre Arnaldo Fusco e Francesco Cannavacciuoli eseguono la prima scalata al Pistillo, sotto il pizzo della Conocchia, Ambrogio Robecchi pubblicava “Costone Quisisana. Prime scalate”, qui riedito alle pp. , dove, in uno stile asciutto e quasi tecnico, descriveva il sito e le varie fasi dell’ascensione. Fondatore della scuola di roccia e di speleologia presso il CAI di Napoli, Ambrogio Robecchi può essere a ragione considerato come l’ispiratore – in ambiente napoletano – di un nuovo modello di approccio alla montagna.

A seguire le orme di Robecchi, furono – tra gli altri – Pasquale Palazzo, Manlio Morrica, Pasquale Marinelli e Emilio Buccafusca. A loro si deve il disegno di razionalizzare, percorrere e segnare i sentieri dell’Alta Via dei Monti Lattari. Si trattò di un’opera non facile, iniziata a partire dal 1926, e che sostanzialmente metteva in pratica, dopo anni, il progetto di controllo e manutenzione dei sentieri dell’Alta Via già individuato come questione fondamentale e prioritaria da Giustino Fortunato e Vincenzo Campanile. Più in particolare sarà Manlio Morrica a perseguire – fino ai giorni nostri – con cura, tenacia e pazienza l’opera di tracciare i sentieri dei Lattari. In questi giovani veniva a concretizzarsi uno stile di vita inaugurato dal pioniere Fortunato e che in Cavolini ebbe un precursore: non abbandonarsi all’ideologia, ma perseguire o farsi un’idea attraverso la peregrinazione. Conoscere le cose dal basso, sul concreto, “de visu”, attraverso l’osservazione oculare, dando sempre un forte valore alle proprie personali impressioni. Invitato proprio da Ambrogio Robecchi al 50° anniversario della fondazione della sezione, non potendo partecipare ai festeggiamenti, Giustino Fortunato scriveva poche e incisive parole di auguri alle nuove generazioni di escursionisti meridionali:

«Debbo alla innata mia passione del podismo se, durante tutto un ventennio, percorrendo in lungo e in largo l’Appennino meridionale, dal Velino al Gran Sasso, alla Sila, e all’Aspromonte, io potei conoscere – ed amare – la realtà vera del povero nostro paese, non quella meramente fantastica che gli ideologi han dato fin qui a credere, ed oggi tornato, ahimè, a rimettere in campo! Quale dunque il fervido mio augurio in questo primo cinquantenario della fondazione, di cui fui partecipe, della nostra sezione alpina? Che i giovani del Mezzogiorno ripiglino la buona e sana usanza dell’apprendere “de visu”, e non soltanto “de auditu” l’angoscioso mistero della cara non dolce terra, che noi avemmo in retaggio».

Giustino Fortunato aveva lasciato un messaggio che non era certo rimasto senza eredi. Ma gli anni trenta sono qualcosa di differente rispetto al mero senso di pura peregrinazione. Se – come accennato – si sente chiaro il bisogno di analizzare il territorio, e di mettere a punto un sistema di segnaletica che accompagni l’escursionista inesperto durante tutto il tragitto, tranquillizzandolo con una presenza grafica semplice e precisa, nell’escursionismo sui monti Lattari quello che vide una crescita senza precedenti fu il settore propriamente alpinistico. Negli anni Trenta e Quaranta, questi giovani affrontarono diverse volte le guglie del vallone Quisisana, le pareti del Molare e della Conocchia, interessandosi poi alle palestre di roccia sull’isola di Capri. Memorabile rimase l’impresa di scalare, a Capri, il Faraglione di terra, nel luglio del 1936, ricordata da Emilio Buccafusca, dieci anni dopo, con il suo stile personalissimo e inconfondibile:

«Esattamente nove [anni], undici mesi, tredici giorni. Ed è come se non fossero passati affatto. È come se nulla fosse accaduto sulla crosta svalutata della terra. È come se avessimo tutti la stessa età che avevamo in quel luglio imperiale del 1936, quando in un memorabile assalto lungamente meditato, portammo scompiglio fra i gabbiani e stupore nelle lucertole azzurre. Pasquale Palazzo incendiario animatore del manipolo rampicatorio era il n.1 della Circolare 15, splendida setta segreta. La chiamavamo così dalla somma degli affiliati. Erano ammessi a farne parte gli alpinisti che avessero superato almeno una volta i quattromila metri ed in via eccezionale gli aviatori. Bisognava inoltre esibire accanto a doti fisiche provate, anche particolari capacità nel sapersi risolvere in un caso difficile della vita. A conti fatti risultò che la setta possedeva quindici casi di avventure d’amore impossibili.Quella setta era un filone d’oro e non lo sapeva nessuno. C’era ad esempio chi aspettava la ragazza nei seracchi della Marmolada e chi le dava appuntamento il giorno tale, all’ora tale, direttamente da Napoli sulla vetta del Monte Rosa. Erano quindici squilibrati, quindici folli puri che vivevano la chiara follia della propria giovinezza in una continua invenzione della vita proiettata fuori dai luoghi comuni, fuori della logica, fuori dal previsto, dal calcolo freddo, fuori dal grigiore quotidianista, spesso comodo, piatto, monotono, debilitante, uniforme. 

Faraglione di terra, via Steger, dieci anni dopo. Quanti mancano e quanti hanno disertato. Erano quindici, ma ora che i superstiti si possono contare sulle dita di una mano sola sembra che gli affiliati fossero quindicimila. Di qualcuno non sappiamo più nulla, di altri non sopravvive che una tenue memoria. Quando la Circolare 15 decretò l’assalto ai faraglioni, nell’isola la voce si sparse clamorosa. Ed a Tragara venne un sacco di gente. Cerio dedicò a Pasquale Palazzo, l’allora recente edizione di Manicomio Tascabile con una dedica molto lusinghiera: “A Pasquale Palazzo”, pazzo per la roccia”. Alcuni americani (che in quel tempo abbondavano come turisti!) ci ritrassero in un film a colori, naturalmente da terra, con teleobiettivo. Viaggiavano essi il mondo con un battello camuffato da veliero antico. Tragico nell’aspetto (nero ed oro) e comico nel gusto. Una vera pacchianata galleggiante. Ma essi erano allegri e noi con loro. L’impresa fece chiasso e segnò un’epoca».

Ci sia consentito, in un volume dedicato al Faito, riportare un così lungo brano che riguarda una scalata caprese. Ma il testo è significativo per diversi rispetti. In primo luogo esso riesce come pochi altri esempi letterari a dipingere e colorare la mentalità con la quale gli alpinisti napoletani degli anni Trenta consideravano l’andare per montagna e lo scalare le cime dell’Appennino Meridionale. A differenza della generazione che li aveva preceduti, qui si può notare chiaramente lo spirito sportivo, da impresa, la voglia dell’azione ad effetto, la ricerca dell’impresa fisica della Setta della circolare 15, che si fece le ossa proprio nel vallone Quisisana, per trovare poi consacrazione e pubblico nel più noto ambiente caprese, ai Faraglioni e all’Arco Naturale. La setta era chiamata con l’appellativo di Cordata Volante, come ricorda Buccafusca, per i numerosi Voli nei quali incappavano talvolta gli adepti proprio tra le fessure della Guglia Impero del vallone Quisisana, al Faito, guglia che veniva ormai scalata a tempo di record. In secondo luogo, il gruppo alpinistico napoletano è ormai abituato a scalare, in tutta scioltezza, le vette più interessanti dell’arco alpino, tanto che lo statuto della setta aveva come conditio sine qua non l’aver portato a termine, almeno una volta, una scalata a un quattromila. Si veda – per comprendere il legame stretto tra i siti di ascensione nostrani, come la catena dei Lattari, e i giganti alpini – una pagina dell’album fotografico di Giovanni Jurza (fig. ). Sulla sinistra eccolo, il 29 di agosto 1926, passeggiare per il Mègano e le dolci montagne dei Lattari al di sopra di Amalfi; sulla destra viene ritratto – al centro nella foto – il primo di agosto dello stesso anno in cima al Monte Bianco. Per finire è letterariamente che, con Emilio Buccafusca, la descrizione delle ascensioni ai Lattari ritrova linfa vitale e uno scrittore di razza capace di concepire un nuovo modello di racconto di montagna.

Già nel 1937, nel suo Aereopoema del Golfo di Napoli, l’artista aveva descritto la catena dei Lattari come uno squalo in procinto di aggredire l’isola di Capri, mentre la sua cima più alta, il monte S. Angelo, curiosava dentro il cratere del Vesuvio, “quest’ulcera senza speranza di guarigione”.

Ma vale qui la pena di riportare il brano del poemetto:

«Crudo dorso ineguale di squalo

Balza la cresta Làttara su Capri

Che attenta con la Campanella

Felicemente dai fianchi del mare

Discendere ritmi felici di tarantelle

Calcaree note nudità riemerse a

Sinuosi abbandoni

Di sogno passatisti silenzi

Dolce grato fluire di valli

Valloni ripidi pendii da Faito

Ombrie Quisisana fino allo sbocco

Mistero idrosolforico

D’acque lo Scraio

Disodontiasi terrestre S. Angelo vola

Tre pizzi canino molare a curiosare

Cosa fa questa piaga da ustione del

Golfo, quest’ulcera senza speranza di

Guarigione […]»

Raramente una descrizione del Faito aveva raggiunto e in seguito raggiungerà una tale potenza immaginifica.  Quelle montagne iniziano ad acquistare connotazioni più aggressive, che troneggiano nel golfo, relegando la sagoma classica del Vesuvio, a “piaga da ustione”. Tutto qui rassomiglia all’approccio complessivo ai Lattari, inaugurato da Ambrogio Robecchi. Ma qui l’andare in montagna è già assai più ricco rispetto al suo quasi militaresco ascendere. Il discorso, per Buccafusca, è assai più fantasioso, e non si ferma all’esemplarità dell’esercizio dell’ascendere, ma comporta anche il guizzo d’ingegno, l’illuminazione, e il piacere per la ricerca della soluzione ad effetto, non disgiunto dal frequente accenno ad una musa femminile.

Ma c’è di più. L’impegno alpinistico viaggiava parallelo con quello più concretamente letterario. Nel 1938 venne infatti fondato, per iniziativa dello stesso Buccafusca, il Gruppo Napoletano Scrittori di Montagna, di cui non possediamo documentazione. Egli stesso si cimentò in una serie di scritti sull’alpinismo negli anni immediatamente precedenti alla guerra, dove l’estro spumeggiante dell’artista ottiene forse i suoi migliori risultati.  A leggere le pagine di Buccafusca sull’eccezionale salita alla Conocchia e al Pistillo, in notturna, pubblicata nel 1946 nel suo Guida sentimentale dei Monti del Sud, ritornano, quasi intatti, come ricorda Matteo D’Ambrosio, «temi e immagini della sua poesia futurista: la giovinezza, la “Patria adorata”, la “nobiltà geologica delle grotte”, i “panorami mutevoli della terra, del mare e del cielo”, il “religioso splendore” e la “severità” delle grandi montagne, fino alla boccioniana conclusione “Salire, salire, sempre salire!”».

Se questo è certamente vero, se cioè non si intravede una cesura netta tra i suoi scritti di montagna prima e dopo la guerra, il racconto dell’ascensione al Pistillo e alla Conocchia si vela, però, di un sentimento eroico da un lato, ma anche malinconico e altamente drammatico, per questo “dopoguerra atomico”, per la “tristezza esasperante delle miserie, delle vendette, e delle distruzioni” e soprattutto per il dolore per gli amici scomparsi al fronte, Mario Castellano in testa, che “viaggiano adesso le sconfinate carovaniere dell’Infinito”.

Si viveva il dopoguerra sui Monti Lattari.

Quello stesso anno – il 1946 – veniva pubblicato il denso recit d’ascension di Francesco Castellano, che bene descrive la tensione alpinistica che, a partire dagli anni Venti, aveva visto moltiplicarsi le scalate al Monte S. Angelo ai tre Pizzi. Particolarmente suggestiva, quella di Castellano, perché compiuta in pieno inverno e sotto un’abbondante nevicata. La parete da scalare è lo spigolo est del Molare, al quale si arriva attraverso la sella che congiunge Canino e Molare. Una scalata memorabile, dove allo straordinario panorama di un Faito innevato si alternano momenti anche drammatici come la sofferenza dovuta al freddo che insiste sulle articolazioni delle mani, la descrizione di un volo e la caduta.

A partire dalla fine degli anni Trenta le costituite sezioni CAI di Castellammare di Stabia e di Cava de’ Tirreni iniziano anche loro a percorrere i Lattari secondo il nuovo modello – prettamente alpinistico – di ascesa. Più in particolare è il gruppo stabiese, al seguito di Edgardo Hutter, a cimentarsi con le guglie Quisisana, le pareti del Molare, la Montagna Spaccata. Sui Lattari non si va più per raggiungere la cima del S. Angelo seguendo i percorsi classici dell’Alta Strada: si vogliono scoprire anfratti, percorrere ascensioni alle cime tentando di trovare nuovi percorsi di scalata. Hutter è già in pieno movimento al Faito nella seconda metà degli anni Trenta.

La documentazione su quel suo periodo di scalate non è soltanto letteraria ma anche fotografica, e mostra quale fosse l’ardore per la ricerca in questi uomini della generazione a cavallo della seconda guerra mondiale. Hutter viene ritratto, alla fine degli anni trenta, mentre scala la Guglia Castellano, oppure in cima alla Montagna Spaccata, atteggiato in posa romantica mentre scruta l’orizzonte. E ancora lo riconosciamo al Molare, alla guglia Impero, nella parete nei pressi del Pistillo. Con Edgardo Hutter, inoltre, è finalmente la città di Castellammare a riappropriarsi delle sue montagne, con una volontà specifica di conoscenza di quei siti. Per tutti gli anni Quaranta, oltre che provetto alpinista, egli sarà il più attento testimone della progressiva turistizzazione di quell’area.

Lo vediamo posare, in un atteggiamento alquanto curioso, davanti alla fabbrica per la costruenda chiesa di San Michele. Ne documenta la varie fasi dell’edificazione – tra il 1947 e il 1949 – è presente, con una delegazione CAI di Castellammare di Stabia, alla sua consacrazione. E è sempre Hutter il testimone di quel profondo cambiamento seguito alla nascita del Villaggio Monte Faito. Da alpinista ardito, diventa campeggiatore; le sue immagini si affollano di bambini, di raggruppamenti familiari, di gite e escursioni “leggere” e alla portata di tutti.

Gli anni Cinquanta segnano, infatti, il vero passaggio da una montagna da scalare e conoscere a piedi ad una dimensione più popolare e turistica di quei siti. Vero è che la vecchia strada fatta edificare dal conte Girolamo Giusso, alla fine dell’Ottocento, aveva già unificato l’altopiano alla città. Ma i mezzi di comunicazione erano all’epoca ancora assai deboli, anche se al Faito si poteva ascendere a dorso di mulo.

Per contro non bisogna pensare che l’attività alpinistica pura, così come quella speleologica, debba considerarsi conclusa con gli anni Cinquanta. Basta far riferimento ai nomi di Paolo Roitz e Luigi Angelini, alla palestra di arrampicata di Moiano, e alla Via del pensiero fisso, per capire immediatamente che l’attività non si interrompe né diminuisce.

Ma è un dato di fatto che la creazione della funivia e la lottizzazione del Faito, porta con sé, oltre al turista, anche un nuovo modello di escursionista che possiamo definire “di quota”. Il Faito non è più la cima alla quale ascendere, ma il punto di partenza per escursioni anche di non breve durata, che, dalle vette si snodavano per i sentieri dell’altopiano e portavano al mare.

È poi la stessa produzione letteraria di montagna a subire un forte regresso proprio nell’ambiente che maggiormente aveva contribuito a far nascere e a irrobustirne il filone. A fronte di numerose guide turistiche, e di autori specializzati nella descrizione dei sentieri, non emerge negli ultimi anni un nuovo modello di narrazione, e a sfogliare le annate dei bollettini CAI è raro trovare un autore che si cimenti col racconto di montagna. C’è insomma una sorta di divorzio o almeno di allontanamento della letteratura dall’alpinismo in quelle regioni dell’Italia meridionale. È significativo altresì notare che, accanto ai “ritratti del Faito”, alle impressioni estemporanee, che nulla avevano con il vecchio racconto di montagna, proprio dalla prima generazione “turistica” proviene uno dei migliori contributi alla descrizione di un’escursione sui Lattari.

Si tratta del testo di Vittorio Curcio, anch’esso qui pubblicato per la prima volta, nel quale l’autore descrive una lunga peregrinazione dal Faito alla base del Molare, allo Scalandrone e poi, attraverso Crocelle, ad Agerola e Paipo. Peregrinazione che si conclude con un tormentato e burrascoso finale, fatto di sentieri sbagliati tanto quanto malagevoli, nel tentativo di raggiungere la meta: S. Maria a Castello. Come si può notare, in questo caso la peregrinazione nulla aveva da invidiare alle esperte ascensioni di fine Ottocento. Il “Su e giù pei Lattari”, per usare un’espressione di Eugenio Licausi, si effettuava – come detto – in quota, a partire dalla propria villetta immersa nei boschi del Faito, per raggiungere l’altopiano di Agerola o il belvedere di Santa Maria a Castello.

Con Curcio fa il suo ingresso, nella letteratura di montagna dedicata ai Lattari, il mondo e le figure dei bambini. Tutto il testo è dedicato ai suoi nipoti, ma la prima parte del racconto tratta proprio di un’esperienza di ascensione al Molare fatta con i figli ancora piccolissimi, che venivano spinti dal padre a superare le prime asprezze montanare per raggiungere una cima e essere quindi battezzati in puro stile e rituale alpino. E l’immagine di lui – ormai anziano – che, addormentato sotto un pino, segue con la mente i suoi bambini ormai diventati adulti per i sentieri e le cime del Lattari, mette in rilievo il senso profondo di quanto fosse radicata l’idea della peregrinazione nella prima generazione turistica “faitense”.

La seconda parte del racconto ha uno stile assai più classico, e si snoda attraverso la descrizione dell’imprevisto, un forte bisogno di affermazione personale, il gusto per il pericolo e il risvolto comico. Sembra, a leggere queste pagine, che una chiara continuità letteraria può essere individuata nel corso di tutta la prima metà del secolo, e oltre.

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